Non sappiamo quasi nulla dell’infanzia di Fortunata. Sappiamo che probabilmente proveniva dai Monti Nuba, nel Sud Sudan. Sappiamo che fu rapita bambina – avrà avuto sei, sette, forse otto anni – e venduta al mercato degli schiavi del Cairo. Sappiamo che qualcuno la comprò per il servizio domestico.
E sappiamo che Daniele Comboni, nel 1853, quando era ancora giovane studente all’Istituto Mazza di Verona, assistette all’arrivo di un gruppo di bambini africani ex-schiavi che Don Nicolò Mazza aveva fatto riscattare al Cairo. Tra loro c’era Fortunata.
Fortunata non ricordava il suo nome originale. O forse il trauma le aveva cancellato la memoria. Così le diedero un nome italiano: Fortunata. Ironia o profezia? Una bambina ex-schiava chiamata “fortunata”.
Fortunata crebbe all’Istituto Mazza. Imparò l’italiano, la fede cristiana, i lavori domestici. Aveva intelligenza vivace e volontà forte. Nel 1869, Comboni – ora sacerdote e missionario – la riportò in Africa. Fortunata aveva circa venticinque anni. Tornava nella terra da cui era stata rapita bambina.
Ma non tornava schiava. Tornava libera. E tornava come maestra. A El Obeid, Fortunata lavorò nell’Opera del Cordofan: il riscatto delle bambine schiave. Lei, che era stata schiava, ora liberava altre bambine. Insegnava loro a leggere, a scrivere, a pregare. Insegnava in arabo – lingua che aveva imparato da piccola e mai dimenticato.
Nel 1878, quando arrivarono le prime cinque Pie Madri a El Obeid, Fortunata le accolse con gioia. Finalmente suore italiane! Poteva parlare la sua lingua d’infanzia. E soprattutto, poteva realizzare il sogno che aveva da tempo: diventare suora anche lei.
Chiese a Vittoria Paganini, la superiora, di poter entrare come novizia. Vittoria ne parlò con Comboni. Comboni fu entusiasta: era esattamente quello che aveva sempre sognato. “Africa con Africa”. Evangelizzare l’Africa con gli africani.
Nel 1879 si aprì a El Obeid il secondo noviziato delle Pie Madri. La formatrice era Vittoria Paganini. La novizia era Fortunata Quascè. (Anche Domitilla Bakhita chiese di entrare, ma non fu accettata alla professione finale).
Il 9 aprile 1882 – giorno di Pasqua – Fortunata Quascè pronunciò i primi voti nelle mani di Don Giovanni Losi. Fu la prima africana Pia Madre della Nigrizia. Don Losi scrisse poi a Verona: “Vedere una loro connazionale diventare suora ha avuto sui cristiani africani un impatto più importante di qualsiasi nostra predicazione”.
Fortunata continuò a lavorare a El Obeid durante gli anni terribili della Mahdia. Non fu catturata perché era africana: i mahdisti non la consideravano “straniera”. Sopravvisse. E quando la Mahdia finì, riprese il lavoro.
Nel 1905, Fortunata fu trasferita a Gésireh. Lì si ammalò gravemente. Morì in ottobre del 1905. Aveva circa sessant’anni. Quarant’anni di libertà dopo la schiavitù. Ventisei anni come Pia Madre della Nigrizia.
Fortunata Quascè non lasciò scritti. Non fondò opere. Non fece grandi gesti. Ma testimoniò qualcosa di rivoluzionario: una bambina schiava può diventare donna libera e consacrata. Una africana può essere missionaria nella sua stessa Africa. Il riscattato può diventare liberatore.
Fortunata morì libera. Non è poco. Per chi è nato schiavo, morire libero è già vittoria totale.
E tu? Da quali schiavitù – anche simboliche, anche interiori – sei stato “riscattato”? E stai usando quella libertà ritrovata per liberare altri, o solo per goderti la tua emancipazione?
Fonte: AMN, 9






