- La Mahdia è finita. Il Sudan è tornato sotto controllo anglo-egiziano. Monsignor Antonio Maria Roveggio, vicario apostólico, chiede al governatore inglese il permesso di mandare due missionari a Khartoum per vedere la situazione.
Il permesso viene concesso. Partono Padre Ohrwalder e Padre Van Holzer. Arrivano a Khartoum nel settembre 1899. Diciotto anni dopo la morte di Comboni.
La prima cosa che vogliono fare: visitare la tomba. Sanno che Comboni fu sepolto nel giardino della missione, che era diventato Palazzo del Governatore. Ora il palazzo è di nuovo occupato dagli inglesi.
Chiedono al governatore: “Possiamo visitare il giardino?”. Il governatore acconsente, anche se con riluttanza. Non vuole restituire l’edificio – è troppo bello, troppo comodo – ma può concedere una visita al giardino.
Ohrwalder e Van Holzer entrano. Cercano le tombe. C’erano due: quella di Comboni e quella di un altro missionario, Padre Rillo. Trovano i luoghi. Ma non trovano le tombe.
Al posto delle tombe, macerie. Pietre rovesciate. Terra smossa. Ohrwalder scrive nella sua relazione a Roveggio: “C’è un mucchio di mattoni che stanno per crollare. Fino a poco tempo fa esisteva ancora l’obelisco che gli amici di Mons. Comboni avevano fatto erigere. Questo obelisco e l’altra tomba furono distrutti di recente”.
“Di recente”. Cosa significa? Significa pochi giorni prima del loro arrivo. Qualcuno aveva profanato le tombe appena prima che i missionari tornassero.
Ohrwalder e Van Holzer scavano. Cercano i resti. Dopo due giorni di scavi, trovano solo “alcuni avanzi di ossa”. Frammenti. Li raccolgono con venerazione in un fazzoletto pulito. Sono tutto ciò che resta di Daniele Comboni.
Chi aveva profanato la tomba? E perché proprio in quei giorni? La risposta è in un articolo che un cappellano militare cattolico scrisse anni dopo, citato da Padre Ballani nelle note mazziane.
L’ufficiale scriveva che durante un pranzo con ufficiali inglesi aveva sentito parlare di “quella tomba”. Il governo inglese non voleva che i missionari cattolici tornassero. Non voleva restituire l’edificio. E soprattutto, non voleva che la tomba di Comboni diventasse meta di pellegrinaggi, luogo di devozione, pretesto per rivendicare la casa.
Così, sapendo che stavano per arrivare i missionari, qualcuno – su ordine o spontaneamente – distrusse la tomba. Fece a pezzi il corpo con un’ascia. E gettò i resti nel Nilo. In modo che non restasse nulla da venerare.
Quando Ohrwalder e Van Holzer arrivarono, trovarono solo quei pochi frammenti. Tutto il resto – lo scheletro, il cranio, le ossa principali – era stato disperso. Per sempre.
Così oggi, quando veneriamo le “reliquie di San Daniele Comboni”, veneriamo pochissimo. Quei frammenti raccolti da Ohrwalder. E la talare conservata da Francesca Dalmasso. Tutto il resto è andato perduto.
Ma forse c’è una lezione anche in questo. Comboni non voleva essere venerato. Voleva che l’Africa fosse evangelizzata. E forse Dio ha permesso che il suo corpo fosse distrutto perché il carisma non si concentrasse su reliquie, ma sulla missione.
Resta comunque la violenza di quel gesto. Una tomba distrutta. Un corpo fatto a pezzi con un’ascia. Gettato in un fiume. Per cancellare la memoria. Per impedire la devozione. Per eliminare il santo che disturbava i piani coloniali.
E tu? Quali “tombe” – memorie, testimonianze, verità scomode – vengono ancora oggi “profanate” perché disturbano i poteri costituiti? E come si custodisce la memoria quando qualcuno vuole cancellarla?
Fonte: Podcast Storia SMC






