10 ottobre 1881. Khartoum. Daniele Comboni muore all’alba. Il corpo è consumato dalle febbri, dalle fatiche, dall’Africa che ha amato fino all’ultimo respiro. I confratelli lo preparano per la sepoltura.
Tolgono la talare che indossa. È macchiata di sangue. Negli ultimi giorni Comboni aveva avuto emorragie. La talare porta i segni di quegli ultimi momenti terribili. Qualcuno la piega e la mette in un angolo. Bisogna rivestire il corpo con le insegne episcopali per la sepoltura.
Nella stanza c’è anche Francesca Dalmasso. È la più giovane delle Pie Madri presenti a Khartoum. Ha ventiquattro anni. Guarda quella talare macchiata e pensa: “Non possiamo lasciarla lì”. La prende. La lava con cura. La piega. La conserva.
Quando nel 1900 Francesca torna a Khartoum – è la prima Pia Madre a rientrare dopo la Mahdia – porta con sé una valigia con doppio fondo. Nel vano segreto ha nascosto la talare di Comboni. Vuole che quella reliquia la accompagni nel nuovo inizio della missione.
A Khartoum, Francesca diventa punto di riferimento. È lei che racconta alle giovani suore com’era Comboni. È lei che custodisce la memoria viva. E custodisce anche quella talare, che nessuno sa essere così preziosa.
Nel 1906, Francesca viene richiamata in Italia. Diventa provinciale d’Egitto, con sede a Verona. Porta con sé la talare. La tiene nella sua camera, avvolta in un panno bianco, dentro una cassa di legno.
Negli anni successivi, anche se non ufficialmente (Comboni non è ancora venerabile), quella talare viene usata come reliquia. Madre Costanza la prende occasionalmente. Quando c’è una malata grave, quando serve una grazia particolare, avvolgono la malata con quella talare. E più di una volta – così raccontano le cronache – si ottengono guarigioni inspiegabili.
Nel 1919, dopo la Prima Guerra Mondiale, si celebra il quarto capitolo generale. Francesca viene rieletta superiora della provincia del Sudan. Deve tornare in Africa. Ma questa volta ha un problema: se porta con sé la talare in Sudan, rischia di perderla. Lei sa di non stare bene. Teme di morire presto in missione.
Prende allora la decisione più dolorosa della sua vita: si separa dalla talare. La lascia a Verona, nella casa madre. Scrive una nota per Madre Costanza spiegando cos’è e perché è importante custodirla.
Francesca torna in Sudan. E, come aveva presentito, muore poco dopo. Ma la talare è al sicuro.
Quella talare – oggi custodita nella Casa Generalizia di Roma – è l’unica reliquia fisica significativa che ci resta di Daniele Comboni. Quando nel 1899 i missionari tornarono a Khartoum e cercarono la tomba di Comboni, la trovarono profanata. Il governo inglese non voleva che i missionari cattolici tornassero. Qualcuno, pochi giorni prima dell’arrivo dei padri, aveva distrutto la tomba e disperso i resti.
Quello che oggi veneriamo come “reliquie di San Daniele Comboni” sono i pochi frammenti ossei che Padre Ohrwalder riuscì a raccogliere da terra, avvolti in un fazzoletto pulito. Pochissimo. Quasi niente.
Ma c’è quella talare. Integra. Custodita per quarant’anni da Francesca Dalmasso. Lavata, nascosta, protetta, trasportata da Khartoum a Verona. Passata poi alla Casa Generalizia. Oggi reliquia ufficiale del santo.
Se Francesca non avesse avuto quel gesto – prendere la talare macchiata di sangue in un angolo della stanza mortuaria – non avremmo quasi nulla di fisico che appartenesse a Comboni. Avremmo solo i suoi scritti. Ma non il tessuto che ha toccato il suo corpo nell’ultimo giorno.
Francesca non era una “grande mistica”. Non fece miracoli evidenti. Non fondò opere eclatanti. Ma fece qualcosa di più umile e più essenziale: custodì la memoria fisica del padre. E la passò intatta alle generazioni future.
E tu? Quali “reliquie” – memorie, oggetti, storie – stai custodendo per passarle a chi verrà dopo di te? E hai il coraggio di separartene al momento giusto, perché sopravvivano anche quando tu non ci sarai più?
Fonte: AMN






