- Madre Maria Bolezzoli muore. Costanza Caldara ha quarant’anni. È già vicaria generale. Viene eletta seconda superiora generale delle Pie Madri della Nigrizia. Nessuno immagina che resterà in carica per trent’anni.
Trent’anni sono un tempo immenso. Costanza attraversa eventi storici epocali: la Prima Guerra Mondiale, la fine degli imperi coloniali, la nascita del fascismo, la crisi del ’29. Ma lei resta. Guida. Costruisce.
Quando diventa superiora generale, la congregazione ha poche comunità, tutte concentrate tra Egitto e Sudan. Quando lascia, nel 1931, ci sono comunità in quattro continenti. Ha aperto più di trenta stazioni missionarie in Africa Centrale. Ha portato le Pie Madri in Eritrea, Arabia, Transgiordania. Ha aperto perfino in Francia, tra gli emigranti.
Ma soprattutto, Costanza ha fatto qualcosa di profetico: ha capito che per restare in Africa Centrale bisognava anche uscirne. Paradosso? No, realismo. Se tutte le suore andavano in missione senza che la congregazione avesse entrate proprie, come si formavano le nuove vocazioni? Come si assistevano le anziane e le malate?
Costanza aprì opere in Egitto che davano entrate. Accettò l’ospedale di Asmara. Creò un sistema economico che permetteva alla congregazione di sostenersi. Non tradì l’Africa Centrale: la salvò.
Nel 1931, al sesto capitolo generale, Costanza passò il testimone a Pierina Stopani. Aveva sessantotto anni. Avrebbe potuto ritirarsi, riposare. Invece scelse di rimanere a Verona, nella casa madre, come “madre emerita”.
E qui comincia la seconda parte della sua vita: trent’anni di silenzio. Costanza non interferì mai con le decisioni delle successive superiore generali. Non criticò. Non disse “ai miei tempi si faceva così”. Rimase disponibile, discreta, silenziosa.
Ma non inattiva. Continuò a corrispondere con centinaia di sorelle in tutto il mondo. Pierina Stopani e Carla Troensi – le successive superiori generali – permettevano liberamente alle sorelle di scrivere a Madre Costanza. E lei rispondeva a tutte. Consigliava, incoraggiava, accompagnava.
Divenne la “nonna” della congregazione. Quando le giovani novizie arrivavano a Verona, venivano presentate a Madre Costanza. Lei le accoglieva, le ascoltava, raccontava storie di Comboni che aveva conosciuto personalmente da ragazza. Era il ponte vivente con il Fondatore.
Negli ultimi anni, Costanza divenne cieca. Ma continuò a ricevere le sorelle. Riconosceva la voce di ognuna. Ricordava i nomi, le destinazioni, le storie personali. Aveva una memoria prodigiosa.
Quando morì, nel 1961, aveva quasi cent’anni. Sessantotto anni di vita religiosa. Trent’anni come superiora generale attiva. Trent’anni come madre emerita silenziosa. Due vite parallele, entrambe spese totalmente.
L’eredità di Costanza non sono solo le trenta comunità aperte. È anche questo: il modello di una leadership che sa farsi da parte. Che non si aggrappa al potere. Che dopo aver guidato per decenni accetta di servire in silenzio, senza nostalgie del “quando comandavo io”.
Costanza insegna che ci sono due modi di essere grandi: costruire opere e poi lasciarle. Il secondo è più difficile del primo.
E tu? Sai “lasciare” quello che hai costruito? Sai stare accanto senza comandare? Sai servire in silenzio dopo essere stato protagonista? O ti aggrappi a ciò che eri?
Fonte: AMN, 25






