Lucilla Corini era un fenomeno. Negli anni Venti, quando l’Azione Cattolica italiana si stava espandendo, Lucilla fu la prima propagandista nazionale della Gioventù Femminile. Viaggiava per tutta Italia aprendo gruppi parrocchiali, formando dirigenti, organizzando convegni. Centinaia di giovani donne scoprirono la fede attiva grazie a lei.
Era carismatica, organizzata, efficace. Sapeva parlare alle masse ma anche accompagnare le singole. Aveva quel mix raro di visione strategica e attenzione personale. L’Azione Cattolica italiana le deve moltissimo.
Ma a un certo punto, Lucilla sentì che non bastava più. Propagandare la missione in Italia era importante, ma lei voleva la missione. Non le bastava parlarne: voleva viverla.
Chiese al suo confessore di farle conoscere una congregazione “esclusivamente missionaria”. Voleva solo quello. Il confessore le fece avere le regole delle Pie Madri della Nigrizia. Lucilla le lesse. Le piacquero. Entrò.
Era il 1926. Lucilla aveva circa venticinque anni. Carriera splendida alle spalle, futuro assicurato nell’Azione Cattolica. Lasciò tutto.
Il noviziato fu un’esperienza bellissima. Le consorelle ricordano Lucilla come una presenza luminosa, fraterna, gioiosa. Non si dava arie da “grande propagandista”. Era semplicemente una sorella tra sorelle.
Madre Costanza Caldara aveva grandi progetti per lei. Pensava: “Lucilla sarà la nostra grande promotrice vocazionale. Aprirà gruppi missionari in tutta Italia. Organizzerà la propaganda vocazionale come ha fatto per l’Azione Cattolica”. Era il piano perfetto.
Dopo la professione, Madre Costanza mandò Lucilla in Egitto. Lì, aiutata da Suor Dora Salvetti, Lucilla fondò numerosi gruppi di Azione Cattolica femminile. In pochi mesi diede vita a una rete capillare. Aveva il dono.
Poi andò in Uganda. Lì sarebbe stata ricordata a lungo dai suoi alunni come un’insegnante straordinaria. Ma la missione in Uganda durò poco.
Durante un violento temporale, Lucilla tornò a casa completamente bagnata e sudata. Si raffreddò. Il raffreddore degenerò in polmonite. La polmonite rivelò una tubercolosi latente. In pochi mesi, Lucilla si consumò.
La riportarono in Italia. La misero nei sanatori. Tentarono tutto. Ma non c’era nulla da fare. Lucilla Corini morì a trent’anni, pochi anni dopo essere entrata.
Madre Costanza perse la sua “grande promotrice vocazionale”. I piani splendidi crollarono. Lucilla non avrebbe organizzato nulla. Non avrebbe aperto centinaia di gruppi. Non avrebbe fatto propaganda.
O forse sì. Forse Lucilla fece la propaganda più efficace: quella della vita donata. Quella di chi lascia una carriera brillante per il chiostro. Quella di chi muore giovane in missione dopo aver lasciato tutto.
Anni dopo la sua morte, ci furono pellegrinaggi alla sua tomba. Partivano da Crema, la sua città. Giovani che non l’avevano mai conosciuta venivano a pregare sulla sua tomba. Perché? Perché Lucilla aveva fatto qualcosa di più potente di qualsiasi propaganda: aveva testimoniato che vale la pena dare tutto per Cristo.
La propaganda più efficace non sono le parole. È la vita bruciata. Lucilla lo sapeva. E lo ha fatto.
E tu? Cosa ti sembra più “efficace” per la missione: organizzare tante cose o donare tutto? E se la seconda opzione fosse più radicale ma anche più fruttuosa?
Fonte: AMN, 7






