1879, El Obeid. Vittoria Paganini è la superiora di una piccola comunità di tre Pie Madri appena arrivate in Sudan. È giovane – ha poco più di trent’anni – ma ha un dono particolare: la capacità di creare comunione. Ovunque lei sia, nascono relazioni, ponti, amicizie. La comunità fiorisce.
Le due giovani maestre africane, Domitilla Bakhita e Fortunata Kwashe, apprezzano tanto la cordialità delle suore di Verona che chiedono di diventare Pie Madri. Vittoria le accoglie, scrive a Comboni, ottiene l’autorizzazione. Nel 1879 si apre a El Obeid il secondo noviziato della congregazione. Questa volta in Africa. La formatrice è Vittoria.
Ma nel 1880 accade qualcosa. Vittoria comincia a sentire dolori addominali. All’inizio li ignora: in missione il corpo soffre sempre. Poi però i dolori aumentano. Vittoria riconosce i sintomi: sua madre era morta così. Anche sua nipote Maria. Cancro.
Quando avvisa Don Luigi Bonomi, il vicario di Comboni a Khartoum, la proposta è immediata: tornare subito in Italia. Tentare l’operazione. Forse si può salvare. Ma Vittoria rifiuta. Scrive una lettera che Don Luigi inoltra a Comboni: “Preferisco morire in Africa. Ma sono disposta a fare l’obbedienza che mi verrà data”.
Comboni risponde a Bonomi: “Dille di trasferirsi a Khartoum. Se decidesse di tornare in Italia, almeno da Khartoum può partire più facilmente. El Obeid è troppo lontana, troppo difficile per una malata”.
Ma c’è un problema: se Vittoria lascia El Obeid, chi resta come superiora e formatrice? Teresa Grigolini prende una decisione coraggiosa: “Io vado a El Obeid. Tu, Vittoria, resta a Khartoum”.
Vittoria si trasferisce a Khartoum. Due medici – uno svizzero, uno italiano – la seguono. Stranamente, sembra migliorare. I dolori diminuiscono. I medici dicono: “Forse ce la faremo”. Teresa, vedendo questo miglioramento, decide: “Tu rimani a Khartoum come superiora. Io vado a El Obeid”.
Ma è un’illusione. Il cancro non regredisce, si nasconde. Nei mesi seguenti, Vittoria continua a lavorare, a guidare la comunità, a creare quella comunione che è il suo dono. Ma il corpo si consuma.
Nel 1881, pochi mesi prima della morte di Comboni, Vittoria peggiora rapidamente. Comboni, che è tornato a Khartoum per l’ultima volta, la visita. Vittoria gli confessa: “Padre, sono contenta. Sono dove volevo essere. Morirò in Africa, come desideravo”.
Comboni la guarda con tenerezza e dolore. Sa che anche lui morirà presto. Forse lo sa anche Vittoria. Si salutano come chi sa che non si rivedrà.
Vittoria Paganini muore a Khartoum nel 1882. Ha trentaquattro anni. Comboni è già morto da pochi mesi. La comunità di Khartoum la piange come madre. Le maestre africane che aveva formato piangono quella suora italiana che non le aveva mai trattate come “diverse”.
Vittoria non fuggì dal cancro. Non cercò disperatamente di salvarsi. Scelse. Scelse di restare dove sentiva di dover essere. Anche se “restare” significava morire prima, morire lontano da casa, morire in una terra che non ti avrebbe ricordata.
Ma forse proprio questo è il cuore della missione: non salvarsi, ma donarsi. Non calcolare gli anni che restano, ma vivere pienamente i giorni che hai. Non temere la morte, ma scegliere il luogo dove vuoi vivere fino all’ultimo.
E tu? Se scoprissi di avere poco tempo, dove sceglieresti di viverlo? Nel posto “più comodo” o nel posto “più vero”? E cosa ti dice questa scelta su dove davvero vuoi essere?
Fonte: AMN, 7






