Maria Bolezzoli non voleva essere lì. Non aveva mai sognato l’Africa. Non aveva vocazione missionaria. Era una maestra orsulina laica che insegnava nella sua parrocchia a Verona, vicino a Santa Maria in Organo. Aveva quarantasei anni. Una vita tranquilla, prevedibile, sicura.
Poi, nell’estate del 1874, ricevette una visita inaspettata: Don Stanislao Carcereri e Don Antonio Squaranti. Volevano parlarle di un “incarico delicato”. C’era un gruppo di giovani aspiranti missionarie che da due anni vivevano senza formatrice. La precedente era stata licenziata. Serviva qualcuno di fiducia, maturo, capace. Il vescovo aveva pensato a lei.
Maria ascoltò incredula. Lei? Formatrice di missionarie? Ma lei non sapeva nulla di missione! Non era mai uscita da Verona! Come poteva formare donne che sarebbero andate in Africa?
Don Squaranti rispose con saggezza: “Non ti chiediamo di insegnare l’Africa. Ti chiediamo di insegnare a essere religiose. Di questo, tu sei esperta”.
Maria accettò, ma con una condizione: prima voleva conoscere le aspiranti, vedere di cosa si trattava. Il 6 settembre 1874 si presentò a Santa Maria in Organo. Trovò un gruppo di giovani donne piene di entusiasmo, di sogni, di generosità. Ma anche di ingenuità. Avevano bisogno di essere guidate.
Maria rimase. Non come formatrice distaccata, ma entrando lei stessa come aspirante. L’8 dicembre 1874 fu la prima delle otto novizie a ricevere l’abito religioso. E il 15 ottobre 1876 fu la prima – letteralmente la numero uno – a pronunciare i voti nelle mani di Daniele Comboni.
Divenne superiora e formatrice. Ma sempre con quella consapevolezza: “Io non ho vocazione missionaria”. Lo disse esplicitamente più volte. Lo scrisse nelle lettere. Non era falsa modestia. Era onestà radicale.
Eppure, fu lei a formare le prime generazioni di missionarie comboniane. Teresa Grigolini, Vittoria Paganini, Concetta Corsi, Elisabetta Venturini: tutte passarono tra le sue mani. E lei trasmise loro qualcosa di più prezioso della vocazione missionaria che non aveva: trasmise lo spirito di Comboni.
Come fece? Nelle lettere a Vittoria Paganini c’è una frase rivelatrice: “Sono molto contenta che tu sia tornata. Ti prego, fermati sulla tomba di nostro Padre e chiedigli che il suo spirito mi invada, perché io possa formare ed educare le sue missionarie”.
Maria sapeva di non avere lo spirito missionario. Ma sapeva dove andarlo a prendere: dalla tomba di Comboni, dalla memoria viva del Fondatore, dalle storie che lui raccontava.
Fu superiora generale dal 1898 fino alla morte nel 1900. Due anni soltanto. Ma quei due anni furono decisivi: ottenne l’approvazione pontificia dell’istituto, consolidò le costituzioni, preparò la strada per l’espansione che sarebbe venuta.
Maria Bolezzoli morì a Verona, nella casa madre, senza aver mai visto l’Africa. Non aveva vocazione missionaria. Ma fu madre di migliaia di missionarie che l’Africa l’avrebbero evangelizzata.
A volte Dio non ti chiede di avere la vocazione. Ti chiede di servire chi ce l’ha. E in quel servizio, quasi senza accorgertene, compi la missione più grande.
E tu? C’è un servizio che ti viene chiesto anche se “non è la tua vocazione”? E se proprio quello fosse il modo con cui Dio vuole usare la tua vita per qualcosa di più grande di te?
Fonte: AMN, 20






