Virginia Mansour era libanese. Ex-schiava, come molte bambine del suo tempo. Fu riscattata, educata, formata dalle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione. Divenne maestra, esperta di arabo e francese. Entrò in convento prendendo il nome di Suor Anna.
Nel 1879 la troviamo al Cairo, nell’Istituto Sacro Cuore di Maria. È un elemento prezioso: insegna arabo e francese ai missionari che si preparano per l’Africa. Ma qualcosa non funziona nella comunità. Suor Anna ha rapporti difficili con la superiora. Vengono segnalati comportamenti “non adeguati” anche di suo fratello Giorgio, che insegna nell’istituto maschile.
Un giorno, senza preavviso, Don Giuseppe Sembianti – rettore dell’istituto – decide di rimandare Giorgio in Egitto. Non avvisa neppure Virginia. Compra il biglietto, parla con il comandante della nave, imbarca Giorgio. Quando Virginia scopre che suo fratello è partito senza che lei abbia potuto salutarlo, perde letteralmente il controllo.
Scrive una lettera furiosa. Dice che non vuole più stare “in questo convento”. Chiede che la missione le paghi una dote sufficiente per entrare in un’altra congregazione.
La lettera arriva a Comboni che è in Sudan. Comboni soffre immensamente. Conosce Virginia da anni. Sa quanto è preziosa. Ma capisce anche che Sembianti ha sbagliato: non si può mandare via il fratello di una suora senza neppure avvisarla.
Teresa Grigolini, che è a El Obeid come superiora e formatrice, propone a Comboni: “Invita Virginia a tornare in vicariato. Farà il noviziato qui, a El Obeid. Io la seguirò. Se la riterrò idonea, farà la professione qui”.
Comboni accetta con gioia. Scrive a Virginia: vieni in Africa. Farai il noviziato in missione. Teresa Grigolini, che è la mia provinciale, ti accoglierà.
Ma quando la richiesta arriva a Verona – perché serve l’autorizzazione del vescovo per mandare una postulante in Africa – scoppia un caso. Monsignor Di Canossa rifiuta. Non vuole che Virginia vada in Africa. I motivi non sono chiari, ma circolano voci, insinuazioni, interpretazioni.
Il padre di Comboni riceve una lettera (probabilmente dal fratello ortolano che era stato a El Obeid) che gli presenta la situazione in modo distorto: “Tuo figlio vuole portare Virginia in Africa con sé”. Il padre Luigi scrive a Daniele una lettera durissima: “Ma dovevi diventare vescovo per perderti dietro a una donna?”.
Per Comboni è un colpo mortale. Lui che ha dato tutto per l’Africa, lui che ha vissuto nella castità più rigorosa, viene accusato dal proprio padre di avere una “passione” per Virginia. Scrive a Sembianti una lettera disperata: “Ma dove siamo? Come si può immaginare che noi, che studiamo, soffriamo e moriamo per l’Africa, pensiamo a queste cose?”.
Virginia non andrà mai in Africa. Rimarrà in Italia, in quella “casetta” che Sembianti le aveva preparato. Poi, dopo la morte di Comboni, entrerà come postulante nella congregazione. Sembianti le imporrà regole durissime, non accettando che una postulante critichi l’orario o suggerisca modifiche alla formazione.
Alla fine Virginia uscirà. Tornerà ad essere “Virginia Mansour”, non più “Suor Anna”. Vivrà i suoi ultimi anni lontana dalla congregazione. Una vita spezzata tra due identità, due nomi, due appartenenze che non riuscirono mai a riconciliarsi.
La storia di Virginia interroga: cosa succede quando una vocazione religiosa si frantuma? Quando qualcuno entra, esce, chiede di rientrare, viene respinto? Virginia era inadeguata o fu inadeguatezza il sistema che non seppe accoglierla?
E tu? Hai mai vissuto una “doppia identità” – chi eri e chi sei diventato – che non riesci a riconciliare? E come hai gestito lo sguardo degli altri che ti giudicavano per questo?
Fonte: AMN, 20






