Giuseppa Scandola conosceva l’Africa. Era stata tra le prime cinque Pie Madri partite con Comboni nel 1878. Aveva lavorato a Khartoum. Aveva vissuto gli anni difficili prima della Mahdia. Poi era tornata in Italia per motivi di salute.
Nel 1903, dopo anni in Italia, Madre Costanza Caldara le chiese: “Sei disposta a tornare in Sudan? Vogliamo aprire Lul”. Giuseppa aveva più di cinquant’anni. Non era più giovane. La salute non era perfetta. Ma disse di sì.
Partì con altre due sorelle: Mary Espan e Santa Zumerle. Arrivarono a fine maggio, inizio giugno. La stagione peggiore per l’Africa. Il caldo era asfissiante. L’umidità insopportabile. Le zanzare malariche ovunque.
Giuseppa si mise subito al lavoro. C’era tutto da fare: sistemare la casa, organizzare la comunità, preparare l’ambulatorio, iniziare i primi contatti con la popolazione. Lavorava con la determinazione di chi sa di aver poco tempo.
E infatti aveva poco tempo. A fine agosto, Giuseppa si ammalò. Febbre alta, delirio. Probabilmente malaria, forse complicata da dissenteria. Le altre due sorelle la curarono come poterono, ma non c’era molto da fare. I farmaci erano pochi e poco efficaci.
Il 1° settembre 1903, al tramonto, mentre suonava l’Angelus, Giuseppa Scandola spirò. Aveva cinquantatré anni. Tre mesi di missione a Lul. Poi la morte.
Il padre superiore che era con loro scrisse a Francesca Dalmasso, provinciale dell’Egitto: “Madre Giuseppa è morta questa notte. Troppo presto. Non ha fatto in tempo a vedere nulla. È morta appena arrivata”.
Ma c’è un particolare che ribalta questa prospettiva. Negli ultimi giorni, quando già delirava per la febbre, Giuseppa ripeteva una frase: “Sono tornata. Sono tornata a Lul. È quello che volevo. Sono dove dovevo essere”.
Non diceva “Che peccato, sono morta prima di fare qualcosa”. Diceva “Sono tornata”. Come se il semplice fatto di essere tornata fosse già il compimento.
Giuseppa fu sepolta a Lul. La sua tomba divenne il primo punto di riferimento per la missione nascente. Le donne sudanesi che venivano all’ambulatorio chiedevano: “Dov’è sepolta la suora?”. E quando glielo indicavano, si fermavano un momento in silenzio.
Perché era morta lì? Perché non era tornata in Italia quando si era sentita male? Le sue consorelle si facevano queste domande. Ma Giuseppa, nel delirio, aveva già risposto: “Sono dove dovevo essere”.
Questa è forse la definizione più radicale di missione. Non “fare grandi cose”. Non “vedere risultati”. Non “lasciare opere”. Ma semplicemente: essere dove Dio ti vuole. Anche se “essere lì” significa solo morirci dopo tre mesi.
Giuseppa Scandola non vide nascere la missione di Lul. Ma la fondò. La fondò con il suo corpo sepolto in quella terra. Le radici più profonde sono sempre invisibili.
E tu? Cosa rende “compiuta” la tua vita? Il numero di progetti realizzati o la fedeltà al posto dove sei chiamato a stare, anche se non vedi i frutti?
AMN, 29 – S/3






