Agosto 1932. Carla Troensi è in Italia, nella casa madre di Verona. È vicaria generale. La superiora generale, Pierina Stopani, è in Africa per la visita alle comunità. Da settimane non arrivano notizie. Poi, il 3 agosto, il telegramma: “Madre Pierina morta a Wau”.
Carla si siede. Non respira. Aveva presentito qualcosa del genere quando aveva salutato Pierina a Napoli tre mesi prima. Ma sperare è diverso da sapere. Ora sa. Pierina è morta. E lei, automaticamente, diventa superiora generale.
Non era preparata. Nessuno è preparato a diventare superiora generale con un telegramma. Carla aveva cinquantadue anni. Esperienza missionaria ne aveva: era stata tra le prime suore ad aprire Gulu in Uganda nel 1918. Era stata infermiera, superiora provinciale in Uganda, poi vicaria generale. Ma guidare l’intera congregazione?
Scrive nel suo diario: “Sento un peso enorme. Non sono preparata. Avevo Madre Pierina come guida. Ora sono sola”. Ma non può fermarsi. La congregazione ha bisogno di lei.
Carla assume. E comincia a fare quello che nessuno prima aveva osato: aprire le frontiere. Costanza Caldara aveva portato le Pie Madri fuori dall’Africa Centrale. Ma Carla va oltre. Molto oltre.
Nel 1938, scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Per sei anni l’Europa è in fiamme. Le comunicazioni sono interrotte. I viaggi impossibili. Le professioni continuano – centinaia di giovani donne entrano durante la guerra – ma non possono partire per le missioni. Che fare?
Carla apre comunità in Italia. Decine. Bologna, Arco, Pescara, Casale Fumanese, Cesenatico, Castel San Pietro. Ovunque ci sia bisogno e possibilità, Carla apre. Non sono “missioni africane”, ma sono servizio. E le giovani suore possono almeno iniziare a vivere la vita religiosa attiva.
Nel 1946, finita la guerra, Carla riprende l’espansione vera. Nel 1950, le Pie Madri arrivano negli Stati Uniti. Non in zone facili: vanno tra gli afroamericani del Sud, dove c’è ancora l’apartheid, la segregazione razziale. Vanno dove gli ex-schiavi africani sono ancora esclusi, discriminati, senza diritti.
Nel 1954, Mozambico. Nel 1955, il grande salto: Brasile. America Latina. Per alcuni è uno scandalo: “Ma Comboni voleva l’Africa Centrale! Non il Brasile!”. Carla risponde con saggezza: “Comboni andò in Africa Centrale perché Propaganda Fide glielo chiese. Il suo carisma non era geografico, era obbedienziale. Ora Propaganda Fide ci chiama in Brasile. Andiamo”.
In venticinque anni di superiorato, Carla apre 175 comunità. La congregazione supera le duemila suore. I noviziati si moltiplicano. È l’espansione massima.
Ma c’è qualcosa di più sottile nel metodo di Carla. Lei guida portando la congregazione “in valigia”. Nel senso che è sempre in viaggio. Visita tutte le comunità, anche le più remote. Conosce le sorelle una per una. Scrive migliaia di lettere. Non governa da scrivania romana: governa stando sul campo.
Nel 1958, dopo venticinque anni, Carla passa il testimonio a Teresa Costalunga. Ha settantotto anni. Potrebbe riposare. Invece rimane disponibile, come aveva fatto Costanza prima di lei. Continua a ricevere sorelle, a rispondere lettere, a essere “nonna” della congregazione.
Carla Troensi morì negli anni Sessanta (il documento non specifica la data esatta). Ma la sua eredità è chiara: una congregazione che non ha paura delle frontiere. Che non si chiude nella “zona di comfort geografico”. Che va dove la Chiesa la manda, anche se sembra tradire la missione originaria.
Carla insegna che la fedeltà più profonda a volte richiede il coraggio di sembrare infedeli.
E tu? Hai il coraggio di uscire dalla tua “Africa Centrale” – la zona dove ti senti sicuro, competente, riconosciuto – per andare dove davvero sei chiamato oggi, anche se sembra tradire la vocazione originaria?
Fonte: AMN, 30






