Gennaio 1883. El Obeid cade. Il Mahdi entra nella città affamata dopo mesi di assedio. Per i missionari comboniani inizia la prigionia. Tra loro, cinque Pie Madri. Due sono sorelle: Elisabetta e Caterina Chincarini.
Le donne vengono separate dagli uomini. Don Paolo Rosignoli e il fratello Isidoro Locatelli, minacciati di morte, pronunciano la formula di conversione all’Islam. Le cinque donne resistono. Allora iniziano le torture.
Per otto giorni, Elisabetta viene torturata quotidianamente. La legano a un albero, la spogliano, la cospargono di sostanza appiccicosa. Poi liberano formiche velenose. Il dolore è atroce. Elisabetta ricorda tutto nei minimi dettagli, fino a quando perde conoscenza.
Gli aguzzini si rendono conto che questo metodo non funziona. Elisabetta non cede. Allora hanno un’idea: portare sua sorella Caterina. Farle vedere cosa l’aspetta. Forse il terrore la spezzerà.
Portano Caterina davanti all’albero. Elisabetta è legata, coperta di sangue e veleno, semi-incosciente. Caterina vede. E fa qualcosa che nessuno si aspetta.
Non urla. Non sviene. Non chiede pietà. Si avvicina lentamente a sua sorella e cerca di darle coraggio. Parla dolcemente. Cerca di farle capire: “Sono qui. Non sei sola”. Elisabetta è troppo grave per reagire, ma Caterina continua.
Gli arabi restano sbalorditi. Questa donna, invece di terrorizzarsi vedendo la sorella torturata, la sta incoraggiando. Allora la allontanano bruscamente. E cominciano con lei.
Nei documenti resta un particolare straziante. Quando credono Elisabetta morta, la slegano e la trascinano a terra. Ma alcuni bambini corrono ad avvisare Teresa Grigolini. Teresa chiede che le portino il corpo. Con Concetta Corsi solleva Elisabetta – ancora viva, incredibilmente – e la trasporta nella tenda.
Elisabetta scrive nel suo diario: “Mi sono ripresa solo una settimana dopo”. Quando riprende conoscenza, nella tenda c’è già Caterina. Sono di nuovo insieme.
Questa storia non ha eroi solitari. Ha sorelle – di sangue e di fede – che hanno scoperto una verità: la tortura può spezzare il corpo, ma non riesce a spezzare un legame. Gli aguzzini pensavano che vedere la sorella torturata avrebbe terrorizzato Caterina. Non avevano capito che proprio quel legame era la loro forza.
Elisabetta e Caterina sopravvissero entrambe. Tornarono in Italia. Continuarono la missione. Ma portarono sempre, nei loro corpi segnati, la testimonianza che l’amore fra sorelle è più forte della violenza.
E tu? Chi è la persona con cui sei “legato oltre” – oltre la distanza, oltre il dolore, oltre le incomprensioni? E cosa faresti se quel legame venisse usato contro di te come arma?
Fonte: ANM, 19






