Otto giorni. Elisabetta Venturini conta i giorni nel suo diario con precisione chirurgica. Otto giorni di torture quotidiane per farla pronunciare la formula di conversione all’Islam.
La legano a un albero ogni mattina. La spogliano. La cospargono di una sostanza appiccicosa e dolce. Poi liberano formiche velenose – quelle che in Sudan chiamano “siafu” – che mordono iniettando veleno. Il dolore è indescrivibile. Le formiche si attaccano ovunque, mordono la pelle nuda, penetrano. Il veleno brucia.
Elisabetta ricorda tutto nei minimi dettagli per i primi sei giorni. Descrive la preparazione mattutina dei suoi aguzzini. Il momento in cui la legano. L’attesa prima che liberino le formiche. Il primo morso. Poi l’invasione.
Ricorda che cercava di pregare. Di ripetere mentalmente le preghiere che conosceva. Di pensare a Cristo sulla croce. Ma il dolore era tale che anche pregare diventava impossibile. Restavano solo urla involontarie e poi, alla fine, il silenzio dell’incoscienza.
Il settimo giorno non ricorda più nulla. Il corpo aveva superato il limite. L’ottavo giorno è completamente bianco nella sua memoria. Non sa cosa accadde. Sa solo che, quando riprese conoscenza una settimana dopo, era nella tenda di Teresa Grigolini.
Quello che Elisabetta non vide, lo raccontarono altri. L’ottavo giorno, gli aguzzini capirono che avevano esagerato. Il corpo legato all’albero non reagiva più. Credendola morta, la slegarono e la trascinarono a terra come un sacco.
Ma alcuni bambini sudanesi – quegli stessi bambini che facevano da messaggeri tra i vari gruppi di prigionieri – corsero ad avvisare Teresa. “La suora è morta”. Teresa chiese che le portassero il corpo. Con Concetta Corsi, in condizioni fisiche disperate anch’esse, sollevarono Elisabetta e la trasportarono nella loro tenda.
Elisabetta era viva. Appena. Il corpo coperto di piaghe, il veleno ancora in circolo, febbre altissima. Per una settimana, Teresa e Concetta la curarono come poterono, senza medicine, senza garze, solo con acqua e preghiere.
Quando Elisabetta riaprì gli occhi, la prima cosa che vide furono i volti di Teresa e Concetta. “Dove sono?”. “Sei con noi. Sei viva. Ce l’hai fatta”.
Solo allora Elisabetta capì: aveva resistito. Non aveva pronunciato la formula. Otto giorni di torture non erano bastati a piegarla.
Nel suo diario, scritto anni dopo in Italia, Elisabetta non si presenta come un’eroina. Scrive con onestà brutale: “Non fu virtù. Fu semplicemente che il corpo cedette prima che la volontà. Svenni prima di poter parlare”. Ma poi aggiunge: “E forse fu proprio questo il miracolo. Che Dio mi togliesse la coscienza prima che la paura mi facesse cedere”.
Elisabetta Venturini sopravvisse. Tornò in Italia. Riprese la missione. Ma portò sempre, nel corpo segnato dalle cicatrici, la testimonianza di quegli otto giorni. Quando le giovani novizie le chiedevano com’era stata la Mahdia, lei rispondeva: “Fu il momento in cui scoprii che Dio non ti chiede di essere forte. Ti chiede solo di non cedere. E se non ce la fai, Lui ti toglie la coscienza prima che tu possa tradirlo”.
E tu? Qual è stata la tua “tortura di otto giorni” – quel periodo in cui hai resistito senza sapere se avresti retto? E cosa ti ha tenuto?
Fonte: AMN, 19






